Venezia1964 – Pasolini vs Antonioni


Quando si parla di due mostri sacri del cinema italiano come Pasolini ed Antonioni, bisogna stare attenti, perché di loro si è scritto già molto e si scriverà molto.
Entrambi rivoluzionari del cinema mondiale, amati o meno, ma non sono qui a tessere lodi di uno o dell’altro, ma solo per raccontare un pezzo di cinema nostrano, un pezzo di storia.

Venezia1964, in un anno in cui l’Italia scopre un nuovo modo per spostarsi grazie all’autostrada del sole, Peggy Guggenheim porta la Pop Art nel bel paese, la Ferrero commercializza la Nutella e Sergio Leone gira “Per un pugno di dollari”, due pesi massimi italiani sono in sfida per il Leone d’Oro alla 25a  mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, Pasolini con Il Vangelo secondo Matteo e Antonioni con Il Deserto Rosso.

A tener banco suoi giornali è l’assenza dei grandi divi  e il tema dell’austerity, infatti i più attesi e favoriti quell’anno sono tre: Godard, Pasolini e Antonioni.

 

Il film di Godard, Una Donna Sposata, non venne apprezzato dalla critica, forse per i piccoli problemi di censura, che imposero il taglio di un inserto documentaristico sulla moda del costume da bagno monokini, o forse perché la cultura Pop non era ancora ben amalgamata con la cultura italiana ed internazionale di quel periodo.

“Ho preso in considerazione la donna come se fosse uno strumento, da un punto di vista tecnico. Se volete, il mio film è una specie di prospetto sulla donna, che è composta da braccia, da gambe, ventre, volto, da mani., da “ti amo”. È un’opera che pretende di essere documento sociologico, che descrive un determinato comportamento senza preoccuparsi del torto o della ragione.”   

Jean Luc Godard

Quindi la rosa dei favoriti si ridusse a due; Pasolini con la sua riproposizione del Vangelo di Matteo della vita di Gesù e dall’altra parte Antonioni con il suo primo film a colori che prosegue la sua strada sul cinema dell’alienazione.

 

Il Vangelo Secondo Matteo, ad un anno di distanza dall’episodio La ricotta, che costò a Pier Paolo Pasolini l’accusa di vilipendio alla religione, apparve alla Mostra di Venezia, il film fu accolto dall’allora Papa Giovanni XXIII, al quale l’opera è dedicata, e dal mondo cattolico, con grande attenzione. Per quella sua disarmante bellezza, per quel suo taglio poetico e per quel suo silenzioso respiro mistico. “Una storia che senza concedere niente da tutto” Pasolini.

 

Il film fu davvero un’impresa per quel periodo soprattutto per le zone in cui si girò, inizialmente Pasolini pensò come location Israele ma infine opto per il sud italia, soprattutto per la zona di Matera.

Per l’epoca quelle zone non erano preparate alla ricezione di una tale produzione cinematografica, il comune e la produzione chiesero a gran parte dei cittadini di poter ospitare parte della troupe nelle proprie case, in cambio di poter apparire nel film. Infatti una particolarità della pellicola è l’assenza di attori professionisti, Pasolini utilizzò la popolazione locale contadina ed amici. Scelta particolare fu quella della madre Susanna per interpretare la Madonna anziana.

Per il ruolo del protagonista, Pasolini pensò di “cercare fra i poeti”: Gesù sarebbe potuto essere impersonato da Evetušenko, Kerouac, Ginsberg o Gotysolo. “avevo in mente di rappresentare il Cristo come un intellettuale in un mondo di poveri disponibili alla rivolta, e cercavo un’analogia fra quello che Cristo fu veramente e chi avrebbe potuto impersonarlo”. Alla fine la figura di Cristo fu affidata al catalano Enrique Irazoqui allora sindacalista diciannovenne, in Italia per cercare appoggi alla lotta contro il regime franchista, incrociato per caso in università a Bologna, venne doppiato da Enrico Maria Salerno.

 

Il Deserto Rosso, prosegue la ricerca di Antonioni di raccontare il trasporto emotivo dell’incomunicabilità, attraverso la depressione di Giuliana, interpretata da Monica Vitti, che è affetta da turbe psichiche che paralizzano la sua normale capacità di lavoro sia in famiglia che fuori.

 

 

Il film è ambientato in una Ravenna completamente disumanizzata, martoriata e ferita da un’industria che cresce senza controllo. Primo film per il regista ferrarese a colori con i quali dipinge le emozioni sullo schermo.

La storia è nata a colori, ecco perché dico che la decisione di fare il film a colori non l’ho mai presa, non era necessario prenderla. (…) nella vita moderna mi pare che il colore abbia preso un posto molto importante. Siamo circondati sempre più da oggetti colorati, la plastica che è un elemento molto moderno è a colori, (…) e che la gente si stia accorgendo che la realtà è a colori. Nel film ho cercato di usare il colore in funzione espressiva, nel senso che avendo questo mezzo nuovo in mano, ho fatto ogni sforzo perché questo mezzo mi aiutasse a dare allo spettatore quella suggestione che la scena richiedeva” Michelangelo Antonioni

 

Due film davvero importanti per la storia del cinema, due cineasti che nel raccontare e dirigere i film sono totalmente diversi, ma hanno in comune le emozioni, che riescono a trasmettere allo spettatore.

Un bolognese e un ferrarese, uno sempre al centro dell’attenzione per le sue provocazioni e il suo modo di raccontare, l’altro molto lontano dalle pagine di giornale e dal fare scandalo.

Ma a Venezia alla XXV mostra di Venezia solo uno fu il vincitore del Leone d’Oro, mentre l’altro si accontentò del Leone d’Argento.


Il Vincitore è… https://www.youtube.com/watch?v=uQJCXnv5tA8


Altri Link interessanti su quell’annata d’oro per il cinema italiano e su questo “scontro”:

Nicola (Homegod) Casadio è nato a Ravenna. Vive tra Roma e Milano, tra serie tv e programmi televisivi come montatore. Tiene lezioni di cinema nelle scuole medie della Romagna mentre sogna un mondo senza cine-panettoni. Suona in una band demenziale(Nannibiuss and Friends) e pratica sport estremi, secondo al mondiale di nascondino.

Comments are closed.