LA MAGIA DELLA SALA di Marco Cerretini

“The Hateful Eight”


M.: “Allora, nel febbraio del 2016 sono andato a vedere “The Hateful Eight” – come tutti – e…”

A.: “No, io non ci sono andato.”

M.: “Eh, eh…”

G.: “Ah, ah…”

M.: “Be’, cominciamo bene!”

A.: “L’ho visto a casa.”

G.: “Almeno una frase, fagliela completare!”

A.: “…”

G.: “…”

M.: “E… che dicevo? Ah, sì: non è stato facile, però alla fine ce l’ho fatta – a vedere “The Hateful Eight”. Era il 10 febbraio – me lo ricordo perché… va be’, lo so io, perché; non importa – e… insomma, quel giorno, alle tre – anzi, un po’ prima: diciamo… un quarto alle tre – sono andato al cinema più vicino a casa mia – a pochi metri da casa mia –, al primo spettacolo, e quindi… sono entrato, mi sono seduto – al centro della sala, perché, come tutti sanno, in tutte le sale c’è solo UN posto in cui le condizioni di visione sono ottimali – tutti gli altri non so che cazzo ci stiano a fare – e questo posto, ovviamente, è quello… al centro della sala, nella fila intermedia tra la prima e l’ultima, sulla linea immaginaria… perpendicolare allo schermo, che va dallo schermo al proiettore e che divide la sala esattamente a metà”

A.: “…”

G.: “…”

M.: “Ma è una storia?”

G.: “No… è– stiamo raccontando una cosa, intanto, per noi, perché… come quella di oggi ai libri: a me mi fa tagliare che è successo a te, poi… che sia una storia o no, ‘sti cazzi.”

M.: “Comunque, io arrivo al cinema, entro, mi siedo al centro della sala, di fronte allo schermo; c’è già… qualcuno, dentro, no? Poi, dopo di me, arrivano altre persone, e io, già– il film, ovviamente, non è ancora iniziato, però stanno già proiettando i trailer, la pubblicità – no? – prima del film, e già si nota… proprio bene, in… in un angolo dello schermo, in alto a sinistra, un… un be– ma sai che anche… Andrea mi ha detto la stessa cosa? C’è stato anche lui, e ha notato questo… alone verde–”

G.: “Io l’ho visto lì e non l’ho notato. Per dirti… ho visto tutto il film tranquillo; comunque.”

M.: “Un alone verde… fastidiosissimo, no?”

G.: “Cosa fai…?”

M.: “Io… lo noto, ma…”

G.: “Indignato…”

M.: “No, me ne frego finché non inizia il film; poi inizia il film e… e continua a vedersi questo… alone… enorme, no?; e… che risalta proprio benissimo, contro il bianco della neve della prima parte di “The Hateful Eight”, e quindi…”

A.: “Soffri.”

M.: “Comincio… a innervosirmi. Mi guardo anche un po’ attorno: ma possibile che tutti zitti a guardare…? No? Nessuno si lamenta, nessuno si alza… e insomma, resisto… venti minuti, non più di venti minuti, poi mi alzo, e… esco, da questa sala, e… vado alla cassa e…”

A.: “Chiedi il rimborso.”

M.: “E chiedo… sì, se mi rimborsano il prezzo del biglietto, perc– gli dico anche perché: perché c’è un alone verde, sullo schermo, che deturpa completamente l’immagine, il film non si può vedere, e allora la cassiera dice… dice, alla maschera, ‘Ma– va’ un po’ a vedere che… se…’”

A.: “Se è vero.”

M.: “A controllare, no? E quindi io seguo la maschera, rientro con lei… nella sala incriminata, lui… dà un’occhiata, l’alone era lì… dove l’avevo lasciato io…”

G.: “Ti salutava: ti diceva, ‘Ciao!’”

M.: “Sì, ‘Sono sempre qui’; e… e insomma, allarga le braccia e dice, ‘Sì, in effetti c’è questo alone’, e quindi mi… mi ridanno i… i soldi…”

A.: “Ah.”

M.: “E… ed essendo… solo le tre e mezza, dico, ‘Dai, ce la faccio a… ad andare allo spettacolo delle quattro a… a due fermate di…’ No, aspetta, da Furio Camillo a là: quattro, fermate; comunque, un altro cinema… ho calcolato che ce l’avrei fatta, no? E quindi, insomma, prendo la metropolitana e vado a… scendo a Manzoni, arrivo in tempo, e quindi… entro in questo… secondo cinema, e… e questa volta, appena entro, non devo neanche aspettare che… che si spengano le luci per… perché, insomma, appena entro, scopro che la sala è una… è… è l’incubo di ogni cinefilo: una di quelle sale con il corridoio al centro della sala, che sembra quasi… uno scherzo crudele; cioè, nessuno, proprio, si può sedere al centro; quindi tutti dovranno vedere il film di sbieco per forza, no? E non solo: le poltrone, cioè le file, NON sono digradanti, come… negli anfiteatri… e come nella maggior parte dei cinema; il pavimento della sala è una superficie perfettamente piana, quindi le poltrone sono tutte allo stesso livello, che se uno ti si siede davanti… e poi lo schermo era molto in alto, e quindi, dal mio punto di vista, in prospettiva, lo schermo, invece che un rettangolo, era un trapezio – neanche, isoscele: scaleno! E comunque… do una chance anche a questo qua: aspetto…”

A.: “Effettivamente, cosa poteva cambiare?”

G.: “Eh, eh, eh, niente.”

M.: “No, ho detto, ‘Vediamo come si vede’, vediamo come si vede.”

G.: “Magari, col– ti ci abitui e non…”

M.: “E invece l’immagine è completamente deformata, dal mio punto di vista; e io mi ero seduto in uno dei posti migliori. E… quindi aspetto… questa volta un po’ di più, prima di alzarmi e andarmene, e mi rivedo i primi venti minuti che avevo già visto, più altri cinque, però…”

A.: “Però senza macchia verde.”

M.: “Senza macchia verde; però, ‘No, non posso vedere tutto il film così!’ – oltretutto… con la testa indicibilmente sollevata; dopo venti minuti mi faceva già male il collo –, e quindi, di nuovo, mi alzo, esco, e… questa volta, invece, mi invento una scusa: che devo andare via, motivi personali… e questa volta ha funzionato. No, perché poi l’ho rifatto a… in un altro cinema, pochi giorni fa, e questa volta… comunque–”

G.: “Quella è un’altra storia.”

M.: “Comunque, quella volta è andata bene e mi hanno ridato i soldi.”

G.: “Mancata rissa.”

M.: “Ah, sì, quella volta sì.”

G.: “Va be’, ma non…”

M.: “Comunque, e a questo punto sono le… le quattro e mezza, e mi dico, ‘Che faccio? Che faccio?’ C’era anche quella partita di calcetto, quella sera, no? Alle sei… alle nove, no?”

G.: “Sì.”

M.: “E quindi dico, ‘No, preferisco vedere… “The Hateful Eight” alle sei e mezza.’”

G.: “Ci fa il tappo…”

M.: “A questo punto, ho de–”

A.: “Ma a giocare– tu dovevi giocare a…?”

M.: “Sì, dovevo andare con loro a giocare a calcetto. E allora chiamo e dico… quelle cose che fanno incazzare, no? Quando mancano meno di tre ore all’inizio della partitella, ‘Guarda, io non posso venire, perché ho un impegno… urgente…’”

G.: “’Ma come, Cerre!’”

A.: “Classico. Classico.”

M.: “”Arrangiatevi…’, e questa frase ha fatto arrabbiare– dice, ‘Come, arrangiatevi?’ Va be’, comunque, dalle quattro e mezza alle sei e mezza, non torno a casa, vado… a piedi in centro, gironzolo… bighellono fino alle sei e mezza e poi, a quell’ora, finalmente, vado al cinema Barberini, che è il miglior cinema, insomma. Entro– la sala è… stavolta, è piena – come NON piace a me, però, va be’ –, trovo un posto… centrale abbastanza, no? E comunque… sono circondato: c’è gente… dietro di me, alla mia destra, alla mia sinistra, dappertutto… e comunque, dal mio punto di vista, diciamo che… anche se sono un po’ troppo vicino allo schermo… non è male, dai, questo posto che ho trovato; solo che, dietro di me, prima ancora che inizi il film – infatti il film non è ancora iniziato –, c’è un uomo straordinariamente anziano che dorme, e russa rumorosamente…”

A.: “Dall’inizio?”

M.: “Prima, dell’inizio! Probabilmente era… era rimasto lì da prima… si era addormentato vedendo…”

A.: “Lo spettacolo precedente.”

M.: “Il film prima; e nessuno l’aveva svegliato, quindi… prima era rimasto lì, a dormire, e stava ancora dormendo… e non stava semplicemente dormendo: stava russando come un orco e… lo sentivo io, lo sentivano tutti, ma nessuno ha osato svegliarlo, no? ‘Va be’, via, quando inizierà il film, smetterà, si sveglierà’; e invece si è svegliato dopo… almeno cinquanta minuti… un’ora… però questa volta sono rimasto e… ma lo vedi: non è una storia, perché finisce così.”

G.: “Non c’è, un finale… chiarissimo.”

M.: “Va be’, si può– può finire così, cioè: tutti noi, in quella sala, l’abbiamo odiato e… se alla fine del film, uscendo, questo vecchietto fosse caduto dalle scale, nessuno l’avrebbe aiutato a rialzarsi: l’avremmo lasciato lì a morire. Questa è una possibile chiusa, però… fine della storia – che non è una storia. Fa ridere così tanto?”

G.: “Sì, perché sei un purista: a me ‘ste minchiate non succedono e, se succedono, dico ‘e ‘sti cazzi’; invece per te…”

Marco Cerretini

Fatevi di me il concetto che volete basandovi su quello che scrivo, sulla fotografia qui accanto e su qualsiasi altra eventuale informazione su di me riusciate a reperire altrove.

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