La Coquille et le Clergyman – La voce silenziosa del cinema


“C’est une vache” fu definita la regista (Germaine Dulac) alla Prima di questo film, e penso che la traduzione sia facile da intuire. Non si può dire che non sia stata un’accoglienza calorosa quella del pubblico surrealista in una delle serate più dibattute del cinema d’avanguardia.

Film quotato come uno dei “10 Great Feminist Films” per il BFI, precursore del cinema surrealista, nonché unica testimonianza realizzata dell’Artaud sceneggiatore cinematografico. Tutto vero, ma è stato anche definito un film “tanto criptico quanto insensato” e dal montaggio “semanticamente instabile”. Dunque perché un’articolo su questo film, ci si potrebbe chiedere.

Bene, proprio perché questa citazione finiva sostenendo che “il risultato complesso e multistrato del film pervade la sua capacità di parlare all’inconscio”.

Ed è stata proprio la cognizione di poesia concreta teorizzata da Artaud, e la sua ricerca di un simbolismo in grado di comunicare direttamente al nostro “animo”, che mi ha fatto ripercorrere le immagini di questo film scoprendone una narrazione organica quanto poetica.

 

 

Un prete da tempo è assorto nei suoi rituali, riempie alambicchi con un’ampia conchiglia e li continua a gettare a terra, poi intinge nuovamente quella conchiglia sacra in un liquido nero. Dall’ombra un sergente si avvicina alle sue spalle, lo sorprende, gli ruba la conchiglia e la distrugge con la sciabola. Così il prete, usurpato del proprio ruolo, lo insegue carponi per le vie, fino a trovarlo seduto in un confessionale mentre si confida con una donna. La donna è bella ed è da sempre oggetto del desiderio, è simbolo del potere, ed ora la possiede il monarca. Allora tenta di strozzarlo, di detronizzarlo, fino a farlo precipitare nell’oscurità in una scena onirica. Ora è suo il dominio ma la vuole solo per sé e le strappa il corsetto. A proteggerle il pudore compare un reggiseno dorato, rigido, e quando il prete glielo strappa di nuovo e lo sorregge in aria lo vediamo ondeggiare vittorioso simile a una colomba. Così lo scettro è della Chiesa, l’antico potere sconfitto: si aprono le danze (realmente).

 

 

Il contrattacco spetta al monarca che subito troneggia al fianco della donna nella stessa sala da ballo, il prete avanza sconfitto, la conchiglia in una mano, nell’altra la colomba. All’apparigli in visione l’immagine di una donna lascia cadere i suoi simboli di pace, che bruciano e scompaiono, ma oramai impotente, con le code della giacca che gli si allungano a dismisura come la barba nell’età della quiete, la rincorre per un lunga strada fino a vederla scomparire del tutto.

In una stanza oscura decide di rinchiudere il simbolo dei suoi trofei perduti, un enorme vaso, dentro cui vede andarsi a celare il volto della donna, disperdendosi tra le infinite memorie passate di cui sopravvivono soltanto i tesori del Vaticano.

Il generale corre vittorioso protetto dalla propria Nike, tenendo per mano il consenso del proprio mandato, giù per la stessa via che aveva vinto il povero prete, che ora, sempre più folle, vaga per i propri corridoi.

 

 

L’ora del verdetto finale arriva, ma lui non ha più la forza di strangolare il monarca, e guardando fra le proprie dita vede una torre babelica, un solo vascello, un sogno oramai sfumato di cui l’acqua distorce l’ultimo riflesso. Ora è il monarca, vestito da clericale, che suggella il matrimonio fra il prete e la donna, fra la Chiesa e il potere, con il proprio beneplacito, mentre le ultime illusioni svaniscono dalla mente del prete.

Così discende un’ultima volta la scaletta verso la stanza oscura. Qui la servitù rassetta il tesoro, si scioglie un concilio, afferra il vaso e lo lascia cadere a terra. In mezzo ai cocci si dissolve il proprio volto, ormai vecchio e orrendo, insieme ai resti del suo antico splendore.

Prende fra le mani la conchiglia sacra, al suo interno il volto si trasforma nel liquido nero, ed inizia a berlo come un veleno che, per come ho potuto intendere il messaggio dell’intero film, sarà la fine del potere terreno della Chiesa nella storica lotta contro lo Stato.

 

Manierismo onirico: forse questo film non è fondato su questo concetto e spero che la recensione possa suggerire una logica a questa narrazione. Ma non l’ho scritta perché mi consideri un paladino del cinema surrealista, tantomeno mi sento legato alle avanguardie in generale.

In realtà quella che nel titolo chiamo “la voce silenziosa del cinema” è una qualità ben conosciuta ma che spesso viene maltrattata. Questo film credo rappresenti quell’idea di cinema che cerca di ridare all’immagine la stessa raffinatezza propria della poesia, sfruttando la qualità simbolica del profilmico che opera su un piano più complesso rispetto al linguaggio, con in più la capacità dell’immagine di renderci tutt’uno con se stessa per farci partecipare in quest’adesione ad un’esperienza poetica totale.

Alberto Arista

Sono nato a Bentivoglio di Bologna il 30/06/1995. Dopo la maturità ho continuato a suonare nella band indi Homini di Cesena ed ho iniziato a seguire come apprendista lo studio di registrazione Deposito Zero, diplomandomi poi all’Accademia Nazionale del Cinema di Bologna al corso di Tecnico del Suono e lavorando per due anni in vari service e realtà locali e private. Ho scoperto la recitazione seguendo corsi per un anno tra Cesena, Bologna e Roma per iniziare qui a studiare Teatro, Musica e Danza al DAMS, coltivando sempre la mia passione per la scrittura di poesie.

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